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Patronato:
Danzatori, Epilettici
Etimologia: Vito = forse forte, virile,
che ha in sé vita, dal latino
SAN
VITO patrono di Mazara e della Diocesi
(… dai documenti dell’archivio storico diocesano)
La
conquista ruggeriana della Sicilia e il riassetto politico-religioso
voluto dal conte Ruggero d’Altavilla determinarono
la nascita della Chiesa di Mazara, punto strategico nella
lotta contro i musulmani, che già proprio nell’827
erano sbarcati a Mazara e da qui si erano spinti in tutta
l’Isola determinando oltre due secoli di dominio arabo
in terra di Sicilia e la conversione dell’Isola all’islamismo.
Prima
dell’avvento musulmano in Sicilia la zona occidentale
dell’Isola aveva visto affermata una Chiesa cristiana
assai solida se, come è vero, la città di
Lilibeo era stata retta da vescovi eccellenti, come il santo
Vescovo Gregorio, morto martire durante la persecuzione
di Diocleziano, o san Pascasino, uno dei presuli più
eminenti e dotti, che lo stesso Pontefice Leone Magno nel
451 aveva inviato a Calcedonia, come suo legato, a presiedere
il concilio ecumenico contro l’eresia monofisita.
Mazara, restituita alla fede cristiana, nel 1093 divenne
sede vescovile di una diocesi assai vasta: i suoi confini
erano delimitati dal mare ad ovest, nord e sud, mentre ad
est si estendevano sino ai territori di Carini e Corleone.
Il conte Ruggero nel 1097 volle dedicare la Cattedrale al
SS. Salvatore e alla Sua santissima madre, anche se il popolo
aveva visto sempre in San Vito il santo protettore a cui
fare riferimento nei momenti più difficili o calamitosi.
Con il ripristino della fede cristiana si affermò
anche il culto esterno di San Vito in cui onore furono dedicati
quartieri nelle varie città e borgate, edicole sacre
con l’immagine del Santo e, dopo i Vespri Siciliani,
si videro sorgere confraternite di disciplinati dedicate
al Santo in quasi tutte le città della Diocesi.
SAN VITO, PRINCIPALE PATRONO DI MAZARA E DELLA DIOCESI
“La
città di Mazara, scrive lo storico Domenico Lancia
di Brolo nella sua Storia della Chiesa in Sicilia,
per antichissima tradizione da nessun’altra contraddetta,
passa per essere stata la patria del nostro Santo, il quale
nato da Hila, idolatra e di nobile stirpe, ma allevato da
Crescenzia ed educato da Modesto, ambedue ferventi cristiani,
ancor fanciullo si distingueva per fervore nel praticare
la fede e coraggio nel professarla” (vol. I, pag.
156). Di questo giovane martire, onore della comunità
cristiana di Mazara, come lo furono in Sicilia santa Lucia
per la città di Siracusa e sant’Agata per la
città di Catania, si fa menzione sin dai tempi di
papa san Gelasio (492-496), mentre in Roma la diaconia [1]
dei ss. Vito, Modesto e Crescenzia, presso l’arco
di Gallieno sull’Esquilino, è anteriore a san
Leone III papa, che l’aveva arricchita di doni. Sul
valore storico delle testimonianze più antiche lascio
la parola ai critici competenti e ai vari relatori di questo
congresso; mio compito è soffermarmi su San Vito
attraverso i documenti dell’Archivio storico Diocesano,
vera miniera inesplorata, tesoro di inestimabile rilievo,
dove sono custoditi documenti cartacei di prima mano riguardanti
l’intera Sicilia occidentale dalla fondazione della
Diocesi ad oggi. Il documento principe riguardante il ruolo
di San Vito martire nella Chiesa di Mazara rimane, senza
ombra di dubbio, la petizione al vescovo del tempo, mons.
Marco La Cava [2]
, da parte dei giurati con la quale si chiede a nome del
popolo di nominare San Vito principale patrono della città
e dell’intero territorio diocesano. I giurati nel
documento evidenziano che già Mazara per volontà
del conte Ruggero è stata sempre sotto la protezione
del santissimo Salvatore Gesù Cristo al cui nome
e sotto il cui patrocinio il conte aveva fatto costruire
la Cattedrale di Mazara, ex voto per essere stato personalmente
protetto dal divino Redentore durante una caduta da cavallo,
mentre imperversava la battaglia contro i saraceni. Ma poiché,
affermano i giurati , per un buon governo e per la prosperità
della nostra città importa moltissimo avere altri
Patroni, che stiano accanto al Signore e intercedano per
essa, noi adottiamo e nominiamo il gloriosissimo martire
San Vito, nostro concittadino, per essere nato a Mazara,
conforme ad una antica tradizione presso di noi e per espressa
approvazione di uomini dottissimi, come Patrono della nostra
città. I giurati evidenziano ancora che già
questa città ha fruito nel passato della particolare
protezione del beatissimo martire San Vito, il Santo che
“per affetto verso la città natale fino ad
oggi l’ha protetta, conservata e sostenuta e in vari
modi ha beneficato i suoi concittadini scacciando i demoni
dal loro corpo, guarendoli da varie malattie”. Nel
documento i giurati fanno riferimento “all’antica
chiesa che è stata costruita dai nostri padri non
lontano da Mazara sulla spiaggia da dove San Vito, con Modesto
e Crescenza, suoi educatori, sotto la guida di un angelo
s’imbarcò ed approdò per volontà
di Dio in Lucania”. Il documento, firmato dai giurati
Nicola Antonio de Federicis, da Francesco Ferro, Muzio Bianco
e Gabriele Spata, fu stipulato alla presenza del notaio
Giacomo Anello e a quattro testimoni.
La
Chiesa di Mazara stava attraversando in quegli anni un momento
di rinascita spirituale e morale, nonostante la crisi politica
che imperversava nell’impero spagnolo e, di conseguenza,
nell’Isola. Il Vescovo Mons. La Cava, dopo aver richiesto
il parere ad una commissione, presieduta dal sacerdote teologo
don Bartolomeo Ficano, vicario generale, accolse con soddisfazione
il documento del magistrato e confermò con un suo
decreto dell’otto settembre 1614 l’elezione
di San Vito a Patrono della città di Mazara e del
territorio diocesano. ( cfr. Arch. Stor. Dioc. 37/4/9, pag.
96).
“In
seguito alla scrupolosa proposta fatta dal sacerdote teologo
e dottore in utroque iure don Bartolomeo Ficano, nostro
vicario generale, e per la devozione che abbiamo verso il
beato martire Vito, per cui si dovrà e si deve designarlo
e stabilirlo come Patrono, secondo l’autorità
pastorale, Noi, in nome di Dio, solennemente, con questo
atto lo scegliamo, designiamo e stabiliamo come singolare
e particolare Patrono, Avvocato e Difensore nostro e di
quest’inclita città di Mazara, confermando
ed approvando l’atto redatto dai richiedenti. Diamo
inoltre l’incarico a tutti e singolarmente al nostro
Clero, fino a qual punto debbano venerare e celebrare solennemente
la festività dello stesso, sotto il duplice rito
di prima classe con l’ottava ed inoltre dagli stessi
e da tutti gli altri debba essere venerato in questa nostra
città e nei suoi territori, nello stesso modo come
nelle altre maggiori solennità dei santi Patroni
delle altre città: perché il sopradetto San
Vito martire e patrono e nostro concittadino si degni di
pregare vivamente presso Dio e Gesù Cristo nostro
salvatore per noi, per il nostro clero e per tutta questa
nostra inclita città”.
Mazara
[3]
aveva da sempre tributato un culto particolare a San Vito
ritenendolo cittadino mazarese e grande intercessore in
favore di questa città; di questo culto si riscontrano
ampie tracce nei documenti dell’Archivio Storico Diocesano
specie nelle più antiche Sacre Visite, dove, a partire
dal rollo del vescovo Lombardo (anno 1575), si parla della
chiesa di San Vito extra moenia ormai erosa dal tempo, di
un culto molto antico tributato al Santo nonché di
una confraternita di San Vito costituita dalla nobiltà
mazarese. Il cardinale Spinola nella sacra Visita del 1638
accenna a questa chiesa fuori la città, sulla riva
del mare, assai vetusta, dove è necessario intervenire
per rendere il luogo sicuro ed accogliente. Due epigrafi
in caratteri longobardici evidenziano quanto questa chiesa
era cara ai mazaresi e con quanto zelo il popolo si rivolgesse
al Santo implorando grazie e patrocinio. Il sito della chiesa
corrisponde al luogo dove, secondo la tradizione, il Santo
s’imbarcò per sfuggire le ire del padre. L’attuale
chiesa è stata ricostruita nel 1776 per opera del
vescovo Ugone Papè con il contributo del popolo e
della confraternita della nobiltà, ma l’antica,
di cui fa menzione l’Adria nel 1515, è d’attribuirsi
all’età normanna, quando, cacciati i Saraceni
e ricostituita la chiesa cristiana nell’Isola, riemerse
con tutta la sua forza il sentimento religioso nella città
di Mazara , dove sorsero subito chiese, conventi e monasteri.
La
1a epigrafe, scolpita in marmo e posta sul frontespizio
della chiesa, era una supplica al Santo:
Vite
baro Christi, qui coelica regna petisti
Urbs tua Mazara, clementer sit tibi cara
Ne subita morte pereamus cum labe
Ne canum rabie praesul adesto pie.
La
prima chiesa pare sia stata costruita nel IV secolo, dopo
il martirio del Santo. Erosa dalle acque e distrutta dall’ingiuria
del tempo durante la dominazione araba, con l’avvento
dei Normanni e la ricostruzione della Chiesa cristiana in
Sicilia , venne riedificata quella chiesa di cui si fa menzione
nel rollo di Mons. Lombardo, già fatiscente durante
il governo del cardinale Spinola. In questa chiesa era annesso
un beneficio semplice di libera collazione e costituito
da rendite varie, come può evincersi dalle Sacre
visite dei vescovi Lombardo e Spinola.
L'attuale
chiesa, che si ammira sul litorale e dove venne accolto
il Santo Padre Giovanni Paolo II nella visita apostolica
dle 1993, è stata riedificata ed ingrandita nel 1776
durante il governo pastorale del vescovo Ugone Papè.
Dentro
la città è sita, inoltre, la chiesa di San
Vito in urbe, detta, successivamente, chiesa di Santa Teresa.
Una pia tradizione ritiene la chiesa costruita dove fu l’antica
abitazione di San Vito. Una lapide ne tramanda la memoria:
“Hanc habui, nec linquo domum; vos plaudite cives:
sum patriae, custos, gloria, vita, decus”. La chiesa
fu fondata dalla confraternita di San Vito, il sodalizio
che annoverava tra i soci della confratria buona parte della
nobiltà mazarese. Questa confraternita, istituita
il 25.03.1588 con propri capitoli, fu approvata dal vescovo
Luciano de Rubeis (1589-1602) e vide riformate le sue costituzioni
l’8.06.1778 dal vescovo Ugone Papé di Valdina
(1772-1791). La confraternita assicurava il culto del Santo
dentro la città e si faceva obbligo di incentivare
sempre più nel clero e nel laicato nuove forme di
culto e di religione a livello pubblico e privato.
Si
deve alla solerzia dei suoi Vescovi se Mazara entrò
in possesso nel secolo XVII di insigni reliquie del Santo
concittadino. Marco La Cava, la cui memoria è in
benedizione, il 16 giugno 1602 portò da Roma in un
reliquiario d’argento un osso del braccio; il cardinale
Spinola riuscì ad avere una reliquia della gamba
del Santo, mentre il vescovo Castelli portò la reliquia
più preziosa, il cuore, e si adoperò per arricchire
le varie chiese e monasteri di Mazara di altre insigni reliquie
del Santo, oltre al braccio di San Modesto e alla gamba
di santa Crescenza. Reliquie del Santo finirono così
nel sepolcretto dell’altare maggiore delle chiese
di San Michele, Santa Veneranda, chiesa del Collegio e chiesa
Santa Maria di Gesù, retta dai frati Minori Osservanti,
mentre il cuore di San Vito fu custodito nella chiesa dei
Carmelitani. Queste preziose ed autentiche reliquie, oggi
custodite in parte nel Museo diocesano, hanno permesso nei
secoli alla Chiesa di Mazara di potere venerare una parte
significativa di quel corpo triturato dalla sofferenza del
martirio, ma di cui l’Onnipotente si è servito
e si serve per glorificarne la santità.
A
presidio della città il popolo volle erigere una
statua del Santo proprio nelle vicinanze della foce del
fiume Mazaro, zona particolarmente cara al cuore di tutti
i cittadini perché questo porto è per Mazara
la fonte principale delle sue risorse economiche; questo
porto è lavoro, prosperità e vita. Quattro
distici in lingua latina, posti nei quattro lati del piedistallo,
testimoniano la fede e l’amore del popolo verso il
concittadino che dal cielo vigila, prega ed assicura protezione
certa. Nella parte prospiciente la città si inneggia
a San Vito come liberatore dalle tempeste del mare e dalle
scosse dei terremoti:
Dive
Mari, Terraeque praees, dominaris utrisque.
Sint procul hinc fluctus, fit procul inde tremor.
(Protettore
del mare e custode della terra, che domini su entrambi,
stiano da qui lontani i flutti e stia da qui lontana la
paura)
Nel
lato destro, in prospettiva del mare, si inneggia al santo
come liberatore delle armate nemiche e delle insidie di
satana:
Si
fera bella premunt Patriam, Cruce perde Phalanges
Et satanae turbas tu Cruce, Dive, fuga.
(Se
le guerre crudeli opprimono la patria, tu con la Croce disperdi
le falangi
e con la Croce, o Taumaturgo, metti in fuga le schiere di
satana)
Nel
lato sinistro si inneggia al Santo, come liberatore della
fame:
Si
male suada fames siculas grassatur in Urbes:
Tu Joseph Patriae, dive, alimenta dabis
(Se
la fame, cattiva consigliera, avanza verso le sicule città
Tu, come Giuseppe, o protettore, ci darai pane)
Nel
dietro della statua si inneggia al Santo, come liberatore
della peste:
Si
pestis coelum minitatur, Dive, flagella:
Hoc procul a Patria tu quoque pelle malum
(Se
il cielo ci minaccia col flagello della peste, o protettore,
tieni lontano da qui anche questo malanno).
La
gratitudine del popolo mazarese va ai vescovi Michele Scavo
[4]
(1766-1771) e Ugone Papè [5]
di Valdina (1772-1791) che nel cuore della città
vollero erigere due monumenti imperituri, a testimonianza
dell’amore di San Vito verso questa città,
che ama e protegge, e come invito al popolo a ricorrere
con fiducia e amore al Santo, esempio mirabile di santità
e grazia: l’opera di Ignazio Marabitti ( anno 1771
) posta al centro della piazza maggiore della città,
insigne capolavoro d’arte settecentesca, e il monumento
posto sulla foce del Mazaro, là dove il mare s’incontra
con l’acqua del fiume, opera di Filippo Pennino, discepolo
del Marabitti.
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