I Santi della Diocesi
San Vito martire
- sec. III-IV
Si festeggia il 15 giugno

 

 


Patronato: Danzatori, Epilettici
Etimologia: Vito = forse forte, virile, che ha in sé vita, dal latino

SAN VITO patrono di Mazara e della Diocesi
(… dai documenti dell’archivio storico diocesano)

La conquista ruggeriana della Sicilia e il riassetto politico-religioso voluto dal conte Ruggero d’Altavilla determinarono la nascita della Chiesa di Mazara, punto strategico nella lotta contro i musulmani, che già proprio nell’827 erano sbarcati a Mazara e da qui si erano spinti in tutta l’Isola determinando oltre due secoli di dominio arabo in terra di Sicilia e la conversione dell’Isola all’islamismo.

Prima dell’avvento musulmano in Sicilia la zona occidentale dell’Isola aveva visto affermata una Chiesa cristiana assai solida se, come è vero, la città di Lilibeo era stata retta da vescovi eccellenti, come il santo Vescovo Gregorio, morto martire durante la persecuzione di Diocleziano, o san Pascasino, uno dei presuli più eminenti e dotti, che lo stesso Pontefice Leone Magno nel 451 aveva inviato a Calcedonia, come suo legato, a presiedere il concilio ecumenico contro l’eresia monofisita. Mazara, restituita alla fede cristiana, nel 1093 divenne sede vescovile di una diocesi assai vasta: i suoi confini erano delimitati dal mare ad ovest, nord e sud, mentre ad est si estendevano sino ai territori di Carini e Corleone. Il conte Ruggero nel 1097 volle dedicare la Cattedrale al SS. Salvatore e alla Sua santissima madre, anche se il popolo aveva visto sempre in San Vito il santo protettore a cui fare riferimento nei momenti più difficili o calamitosi. Con il ripristino della fede cristiana si affermò anche il culto esterno di San Vito in cui onore furono dedicati quartieri nelle varie città e borgate, edicole sacre con l’immagine del Santo e, dopo i Vespri Siciliani, si videro sorgere confraternite di disciplinati dedicate al Santo in quasi tutte le città della Diocesi.

SAN VITO, PRINCIPALE PATRONO DI MAZARA E DELLA DIOCESI

“La città di Mazara, scrive lo storico Domenico Lancia di Brolo nella sua Storia della Chiesa in Sicilia, per antichissima tradizione da nessun’altra contraddetta, passa per essere stata la patria del nostro Santo, il quale nato da Hila, idolatra e di nobile stirpe, ma allevato da Crescenzia ed educato da Modesto, ambedue ferventi cristiani, ancor fanciullo si distingueva per fervore nel praticare la fede e coraggio nel professarla” (vol. I, pag. 156). Di questo giovane martire, onore della comunità cristiana di Mazara, come lo furono in Sicilia santa Lucia per la città di Siracusa e sant’Agata per la città di Catania, si fa menzione sin dai tempi di papa san Gelasio (492-496), mentre in Roma la diaconia [1] dei ss. Vito, Modesto e Crescenzia, presso l’arco di Gallieno sull’Esquilino, è anteriore a san Leone III papa, che l’aveva arricchita di doni. Sul valore storico delle testimonianze più antiche lascio la parola ai critici competenti e ai vari relatori di questo congresso; mio compito è soffermarmi su San Vito attraverso i documenti dell’Archivio storico Diocesano, vera miniera inesplorata, tesoro di inestimabile rilievo, dove sono custoditi documenti cartacei di prima mano riguardanti l’intera Sicilia occidentale dalla fondazione della Diocesi ad oggi. Il documento principe riguardante il ruolo di San Vito martire nella Chiesa di Mazara rimane, senza ombra di dubbio, la petizione al vescovo del tempo, mons. Marco La Cava [2] , da parte dei giurati con la quale si chiede a nome del popolo di nominare San Vito principale patrono della città e dell’intero territorio diocesano. I giurati nel documento evidenziano che già Mazara per volontà del conte Ruggero è stata sempre sotto la protezione del santissimo Salvatore Gesù Cristo al cui nome e sotto il cui patrocinio il conte aveva fatto costruire la Cattedrale di Mazara, ex voto per essere stato personalmente protetto dal divino Redentore durante una caduta da cavallo, mentre imperversava la battaglia contro i saraceni. Ma poiché, affermano i giurati , per un buon governo e per la prosperità della nostra città importa moltissimo avere altri Patroni, che stiano accanto al Signore e intercedano per essa, noi adottiamo e nominiamo il gloriosissimo martire San Vito, nostro concittadino, per essere nato a Mazara, conforme ad una antica tradizione presso di noi e per espressa approvazione di uomini dottissimi, come Patrono della nostra città. I giurati evidenziano ancora che già questa città ha fruito nel passato della particolare protezione del beatissimo martire San Vito, il Santo che “per affetto verso la città natale fino ad oggi l’ha protetta, conservata e sostenuta e in vari modi ha beneficato i suoi concittadini scacciando i demoni dal loro corpo, guarendoli da varie malattie”. Nel documento i giurati fanno riferimento “all’antica chiesa che è stata costruita dai nostri padri non lontano da Mazara sulla spiaggia da dove San Vito, con Modesto e Crescenza, suoi educatori, sotto la guida di un angelo s’imbarcò ed approdò per volontà di Dio in Lucania”. Il documento, firmato dai giurati Nicola Antonio de Federicis, da Francesco Ferro, Muzio Bianco e Gabriele Spata, fu stipulato alla presenza del notaio Giacomo Anello e a quattro testimoni.

La Chiesa di Mazara stava attraversando in quegli anni un momento di rinascita spirituale e morale, nonostante la crisi politica che imperversava nell’impero spagnolo e, di conseguenza, nell’Isola. Il Vescovo Mons. La Cava, dopo aver richiesto il parere ad una commissione, presieduta dal sacerdote teologo don Bartolomeo Ficano, vicario generale, accolse con soddisfazione il documento del magistrato e confermò con un suo decreto dell’otto settembre 1614 l’elezione di San Vito a Patrono della città di Mazara e del territorio diocesano. ( cfr. Arch. Stor. Dioc. 37/4/9, pag. 96).

“In seguito alla scrupolosa proposta fatta dal sacerdote teologo e dottore in utroque iure don Bartolomeo Ficano, nostro vicario generale, e per la devozione che abbiamo verso il beato martire Vito, per cui si dovrà e si deve designarlo e stabilirlo come Patrono, secondo l’autorità pastorale, Noi, in nome di Dio, solennemente, con questo atto lo scegliamo, designiamo e stabiliamo come singolare e particolare Patrono, Avvocato e Difensore nostro e di quest’inclita città di Mazara, confermando ed approvando l’atto redatto dai richiedenti. Diamo inoltre l’incarico a tutti e singolarmente al nostro Clero, fino a qual punto debbano venerare e celebrare solennemente la festività dello stesso, sotto il duplice rito di prima classe con l’ottava ed inoltre dagli stessi e da tutti gli altri debba essere venerato in questa nostra città e nei suoi territori, nello stesso modo come nelle altre maggiori solennità dei santi Patroni delle altre città: perché il sopradetto San Vito martire e patrono e nostro concittadino si degni di pregare vivamente presso Dio e Gesù Cristo nostro salvatore per noi, per il nostro clero e per tutta questa nostra inclita città”.

Mazara [3] aveva da sempre tributato un culto particolare a San Vito ritenendolo cittadino mazarese e grande intercessore in favore di questa città; di questo culto si riscontrano ampie tracce nei documenti dell’Archivio Storico Diocesano specie nelle più antiche Sacre Visite, dove, a partire dal rollo del vescovo Lombardo (anno 1575), si parla della chiesa di San Vito extra moenia ormai erosa dal tempo, di un culto molto antico tributato al Santo nonché di una confraternita di San Vito costituita dalla nobiltà mazarese. Il cardinale Spinola nella sacra Visita del 1638 accenna a questa chiesa fuori la città, sulla riva del mare, assai vetusta, dove è necessario intervenire per rendere il luogo sicuro ed accogliente. Due epigrafi in caratteri longobardici evidenziano quanto questa chiesa era cara ai mazaresi e con quanto zelo il popolo si rivolgesse al Santo implorando grazie e patrocinio. Il sito della chiesa corrisponde al luogo dove, secondo la tradizione, il Santo s’imbarcò per sfuggire le ire del padre. L’attuale chiesa è stata ricostruita nel 1776 per opera del vescovo Ugone Papè con il contributo del popolo e della confraternita della nobiltà, ma l’antica, di cui fa menzione l’Adria nel 1515, è d’attribuirsi all’età normanna, quando, cacciati i Saraceni e ricostituita la chiesa cristiana nell’Isola, riemerse con tutta la sua forza il sentimento religioso nella città di Mazara , dove sorsero subito chiese, conventi e monasteri.

La 1a epigrafe, scolpita in marmo e posta sul frontespizio della chiesa, era una supplica al Santo:

Vite baro Christi, qui coelica regna petisti
Urbs tua Mazara, clementer sit tibi cara
Ne subita morte pereamus cum labe
Ne canum rabie praesul adesto pie.

La prima chiesa pare sia stata costruita nel IV secolo, dopo il martirio del Santo. Erosa dalle acque e distrutta dall’ingiuria del tempo durante la dominazione araba, con l’avvento dei Normanni e la ricostruzione della Chiesa cristiana in Sicilia , venne riedificata quella chiesa di cui si fa menzione nel rollo di Mons. Lombardo, già fatiscente durante il governo del cardinale Spinola. In questa chiesa era annesso un beneficio semplice di libera collazione e costituito da rendite varie, come può evincersi dalle Sacre visite dei vescovi Lombardo e Spinola.

L'attuale chiesa, che si ammira sul litorale e dove venne accolto il Santo Padre Giovanni Paolo II nella visita apostolica dle 1993, è stata riedificata ed ingrandita nel 1776 durante il governo pastorale del vescovo Ugone Papè.

Dentro la città è sita, inoltre, la chiesa di San Vito in urbe, detta, successivamente, chiesa di Santa Teresa. Una pia tradizione ritiene la chiesa costruita dove fu l’antica abitazione di San Vito. Una lapide ne tramanda la memoria: “Hanc habui, nec linquo domum; vos plaudite cives: sum patriae, custos, gloria, vita, decus”. La chiesa fu fondata dalla confraternita di San Vito, il sodalizio che annoverava tra i soci della confratria buona parte della nobiltà mazarese. Questa confraternita, istituita il 25.03.1588 con propri capitoli, fu approvata dal vescovo Luciano de Rubeis (1589-1602) e vide riformate le sue costituzioni l’8.06.1778 dal vescovo Ugone Papé di Valdina (1772-1791). La confraternita assicurava il culto del Santo dentro la città e si faceva obbligo di incentivare sempre più nel clero e nel laicato nuove forme di culto e di religione a livello pubblico e privato.

Si deve alla solerzia dei suoi Vescovi se Mazara entrò in possesso nel secolo XVII di insigni reliquie del Santo concittadino. Marco La Cava, la cui memoria è in benedizione, il 16 giugno 1602 portò da Roma in un reliquiario d’argento un osso del braccio; il cardinale Spinola riuscì ad avere una reliquia della gamba del Santo, mentre il vescovo Castelli portò la reliquia più preziosa, il cuore, e si adoperò per arricchire le varie chiese e monasteri di Mazara di altre insigni reliquie del Santo, oltre al braccio di San Modesto e alla gamba di santa Crescenza. Reliquie del Santo finirono così nel sepolcretto dell’altare maggiore delle chiese di San Michele, Santa Veneranda, chiesa del Collegio e chiesa Santa Maria di Gesù, retta dai frati Minori Osservanti, mentre il cuore di San Vito fu custodito nella chiesa dei Carmelitani. Queste preziose ed autentiche reliquie, oggi custodite in parte nel Museo diocesano, hanno permesso nei secoli alla Chiesa di Mazara di potere venerare una parte significativa di quel corpo triturato dalla sofferenza del martirio, ma di cui l’Onnipotente si è servito e si serve per glorificarne la santità.

A presidio della città il popolo volle erigere una statua del Santo proprio nelle vicinanze della foce del fiume Mazaro, zona particolarmente cara al cuore di tutti i cittadini perché questo porto è per Mazara la fonte principale delle sue risorse economiche; questo porto è lavoro, prosperità e vita. Quattro distici in lingua latina, posti nei quattro lati del piedistallo, testimoniano la fede e l’amore del popolo verso il concittadino che dal cielo vigila, prega ed assicura protezione certa. Nella parte prospiciente la città si inneggia a San Vito come liberatore dalle tempeste del mare e dalle scosse dei terremoti:

Dive Mari, Terraeque praees, dominaris utrisque.
Sint procul hinc fluctus, fit procul inde tremor.

(Protettore del mare e custode della terra, che domini su entrambi,
stiano da qui lontani i flutti e stia da qui lontana la paura)

Nel lato destro, in prospettiva del mare, si inneggia al santo come liberatore delle armate nemiche e delle insidie di satana:

Si fera bella premunt Patriam, Cruce perde Phalanges
Et satanae turbas tu Cruce, Dive, fuga.

(Se le guerre crudeli opprimono la patria, tu con la Croce disperdi le falangi
e con la Croce, o Taumaturgo, metti in fuga le schiere di satana)

Nel lato sinistro si inneggia al Santo, come liberatore della fame:

Si male suada fames siculas grassatur in Urbes:
Tu Joseph Patriae, dive, alimenta dabis

(Se la fame, cattiva consigliera, avanza verso le sicule città
Tu, come Giuseppe, o protettore, ci darai pane)

Nel dietro della statua si inneggia al Santo, come liberatore della peste:

Si pestis coelum minitatur, Dive, flagella:
Hoc procul a Patria tu quoque pelle malum

(Se il cielo ci minaccia col flagello della peste, o protettore,
tieni lontano da qui anche questo malanno).

La gratitudine del popolo mazarese va ai vescovi Michele Scavo [4] (1766-1771) e Ugone Papè [5] di Valdina (1772-1791) che nel cuore della città vollero erigere due monumenti imperituri, a testimonianza dell’amore di San Vito verso questa città, che ama e protegge, e come invito al popolo a ricorrere con fiducia e amore al Santo, esempio mirabile di santità e grazia: l’opera di Ignazio Marabitti ( anno 1771 ) posta al centro della piazza maggiore della città, insigne capolavoro d’arte settecentesca, e il monumento posto sulla foce del Mazaro, là dove il mare s’incontra con l’acqua del fiume, opera di Filippo Pennino, discepolo del Marabitti.

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